Arriva a un passaggio decisivo, a oltre mezzo secolo dai fatti, il processo sulla sparatoria avvenuta alla Cascina Spiotta, nell’Alessandrino, in cui perse la vita il carabiniere abruzzese Giovanni D’Alfonso. Davanti alla Corte d’assise di Alessandria la pubblica accusa ha formulato le richieste di condanna per tre ex appartenenti alle Brigate Rosse: ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti, 21 anni di reclusione per Lauro Azzolini.
La vicenda, pur maturata fuori regione, conserva un forte legame con l’Abruzzo. D’Alfonso, appuntato dei carabinieri, aveva 45 anni, era padre di tre figli ed era originario di Penne. La sua morte risale al 4 giugno 1975, durante l’intervento delle forze dell’ordine nella cascina dove era tenuto prigioniero l’industriale Vittorio Vallarino Gancia.
Le richieste della procura davanti alla Corte d’assise
Secondo l’impostazione accusatoria, i tre imputati avrebbero avuto responsabilità, a diverso titolo, in quanto accaduto durante il conflitto a fuoco. Per Curcio e Moretti la procura ha chiesto la pena più severa, senza il riconoscimento di attenuanti. I magistrati li ritengono figure di vertice dell’organizzazione e indicano il loro ruolo nella pianificazione del sequestro Gancia, concluso con la liberazione dell’ostaggio il giorno successivo.
Diversa la posizione di Lauro Azzolini, oggi 83enne, per il quale sono stati sollecitati 21 anni di carcere con le attenuanti. L’ex brigatista, già prosciolto negli anni Ottanta per gli stessi fatti, è tornato al centro dell’inchiesta dopo la riapertura del fascicolo. Nel corso delle indagini più recenti avrebbe riconosciuto di essere il militante indicato per anni come ‘Mister X’, presente alla Cascina Spiotta insieme a Margherita Cagòl, detta Mara, compagna di Curcio, morta anche lei nello scontro armato.
Il nodo della responsabilità nella sparatoria
Per l’accusa, Curcio e Moretti non si trovavano materialmente nella cascina al momento dell’irruzione, ma avrebbero concorso nelle scelte operative del gruppo. Al centro del processo c’è anche la presunta direttiva impartita ai brigatisti di sparare per superare un eventuale blocco delle forze dell’ordine in caso di accerchiamento.
La procura ha sottolineato il peso delle funzioni ricoperte all’interno delle Brigate Rosse e ha contestato agli imputati anche la ricostruzione fornita nel corso del procedimento. Nel caso di Azzolini, invece, la richiesta tiene conto di un quadro diverso, legato anche all’ammissione sulla sua presenza in quel luogo. In una precedente udienza l’ex brigatista si era rivolto al figlio del carabiniere ucciso esprimendo dispiacere.
La battaglia dei familiari per la riapertura del caso
La nuova fase giudiziaria è nata anche grazie all’iniziativa della famiglia D’Alfonso. Nel 2021 Bruno D’Alfonso, figlio dell’appuntato, presentò un esposto che contribuì a riaccendere l’attenzione investigativa su una vicenda rimasta per decenni senza una definizione piena nelle aule di giustizia. Accanto a lui, in questo percorso, la madre e le sorelle Cinzia e Sonia.
I familiari si sono costituiti parte civile e hanno avanzato una richiesta risarcitoria di 4 milioni di euro. Per loro il procedimento rappresenta non soltanto un passaggio giudiziario, ma anche la prosecuzione di una lunga ricerca di verità su uno degli episodi più drammatici degli anni di piombo.
Le prossime tappe del processo
Il calendario dell’aula prevede ora l’intervento delle difese, fissato per il 23 giugno. La decisione della Corte d’assise di Alessandria è attesa il 7 luglio. Solo allora si saprà se le richieste formulate dalla procura saranno accolte o se il collegio riterrà di rideterminare le responsabilità e le pene.
Il caso D’Alfonso resta seguito con attenzione anche in Abruzzo, dove la figura del carabiniere originario di Penne continua a rappresentare una memoria dolorosa per le istituzioni e per le comunità legate all’Arma. A distanza di 51 anni, la vicenda torna così al centro del dibattito giudiziario nazionale.


