Il caro gasolio riaccende l’allarme nel mondo dell’autotrasporto anche in Abruzzo, con possibili ripercussioni per la provincia di Teramo e per l’intera costa adriatica. Le principali sigle del settore hanno annunciato la volontà di arrivare a un fermo dei Tir se non arriveranno risposte rapide dal governo, mentre una decisione definitiva dovrebbe essere assunta in un incontro fissato per il 20 maggio.

Per un territorio come quello teramano, attraversato ogni giorno dai flussi della logistica tra Adriatico e resto d’Italia, un eventuale blocco del trasporto su gomma potrebbe incidere sulla distribuzione delle merci, sui rifornimenti e sulle attività economiche legate alla filiera commerciale e produttiva.

Abruzzo e provincia di Teramo tra i territori esposti

Il nodo centrale resta l’impennata del costo del diesel, che ha superato la soglia dei 2 euro al litro, livello giudicato non più sostenibile da molte imprese. Secondo le stime diffuse dalle associazioni e dagli uffici studi di settore, l’aumento della spesa annuale per ogni mezzo pesante potrebbe arrivare a cifre molto elevate, mettendo in difficoltà sia le aziende strutturate sia i piccoli padroncini.

In un’area come quella di Giulianova, Roseto degli Abruzzi, Mosciano Sant’Angelo e della Val Vibrata, dove la rete viaria e autostradale è strategica per la circolazione delle merci, il rincaro del carburante viene osservato con particolare attenzione. Il peso del diesel sui bilanci delle aziende di trasporto resta infatti una delle principali voci di costo, insieme al personale.

Le richieste degli autotrasportatori

Le organizzazioni che spingono verso la mobilitazione chiedono misure immediate per alleggerire l’impatto dei rincari. Tra le richieste avanzate figurano un credito d’imposta, interventi per sostenere la liquidità delle imprese e tempi più rapidi per il recupero dei rimborsi legati alle accise sul gasolio professionale.

Secondo i rappresentanti del comparto, i provvedimenti fin qui messi in campo non sarebbero sufficienti a fronteggiare l’emergenza. Il problema, spiegano, è particolarmente pesante per chi lavora con tariffe fissate in anticipo e non riesce a trasferire in tempi brevi l’aumento dei costi sui committenti. In questi casi l’extra-spesa resta quasi interamente a carico dell’impresa di trasporto.

Settore diviso sullo sciopero dei Tir

Non tutto il mondo dell’autotrasporto, però, è compatto sulla strada della protesta. Alcune associazioni hanno preso le distanze dall’ipotesi di uno sciopero, ritenendo che un fermo nazionale possa tradursi in un danno ulteriore per le stesse aziende. La posizione alternativa è quella di aprire un confronto più ampio, chiamando in causa anche il mercato e i committenti, affinché una parte dei maggiori costi venga assorbita lungo la filiera.

Perplessità sono state espresse anche da ambienti legati al commercio, preoccupati dalle possibili conseguenze su approvvigionamenti e distribuzione. Il timore è che una paralisi del trasporto merci finisca per pesare su tutta l’economia, compresi i territori locali che dipendono dai collegamenti stradali per il rifornimento quotidiano di beni.

I numeri della crisi e l’impatto sul territorio

Le elaborazioni più recenti indicano un quadro già fragile. In Abruzzo, negli ultimi dieci anni, il numero delle imprese attive nell’autotrasporto è diminuito sensibilmente, segno di un settore che da tempo affronta difficoltà strutturali tra concorrenza, costi di gestione e trasformazioni del mercato. Le stime diffuse a livello nazionale parlano anche del rischio di nuove chiusure se il prezzo del diesel dovesse restare elevato per un lungo periodo.

Per la provincia di Teramo la questione non è secondaria. L’asse dell’A14, i collegamenti con le aree industriali e artigianali e il ruolo della logistica per commercio e turismo rendono il trasporto merci un comparto decisivo. Un eventuale sciopero dei Tir, se confermato nelle prossime settimane, potrebbe dunque avere effetti anche su Giulianova e sulle altre realtà del territorio, in un momento in cui molte imprese devono già fare i conti con margini ridotti e costi in crescita.

La prossima scadenza sarà dunque quella del 20 maggio, quando il settore dovrà decidere se procedere con la mobilitazione oppure se ci saranno nel frattempo aperture sufficienti a evitare il blocco.