La pesca abruzzese torna al centro delle preoccupazioni lungo l’Adriatico, con ricadute dirette anche sulla marineria di Giulianova e sui mercati ittici della costa teramana. A pesare sul settore non è un solo fattore, ma una combinazione di costi elevati, margini ridotti e calendario dei fermi che gli operatori giudicano sempre più difficile da sostenere.

Il tema riguarda sia le imbarcazioni impegnate nella raccolta dei molluschi sia la flotta dello strascico, due segmenti diversi ma accomunati dalla stessa difficoltà: uscire in mare costa molto, mentre il rientro economico non sempre consente di coprire spese, personale e manutenzioni. Il prezzo del carburante resta il nodo più pesante per armatori e pescatori.

Vongolare di nuovo operative dopo lo stop volontario

Dal primo giugno sono ripartite le attività delle 82 vongolare del Cogevo Abruzzo, il consorzio che si occupa della gestione e della tutela della pesca dei molluschi bivalvi. Le barche erano rimaste ferme per 45 giorni, in seguito a una sospensione volontaria decisa per favorire la risorsa e programmare la ripresa.

Secondo quanto riferito dal presidente del consorzio, Giovanni Di Mattia, il ritorno in mare è avvenuto in modo regolare e con un prodotto giudicato soddisfacente. Le vongole hanno avuto tempo per crescere e le imbarcazioni stanno rispettando i quantitativi previsti, pari a circa 40 sacchi per uscita, vale a dire intorno ai 400 chili complessivi.

La ripartenza, però, non cancella le difficoltà economiche. Il gasolio continua a incidere pesantemente sui bilanci delle imprese di pesca. Il credito d’imposta al 20% viene considerato dagli operatori un aiuto insufficiente, soprattutto perché le spese vengono sostenute subito dagli armatori mentre i ristori arrivano in un secondo momento. Per le vongolare, inoltre, resta da programmare un ulteriore periodo di stop di 15 giorni da effettuare entro ottobre.

Strascico, cresce la protesta sul calendario 2026

Ancora più tesa appare la situazione della pesca a strascico. Nel tratto compreso tra San Benedetto del Tronto e Bari, il nuovo calendario del fermo pesca 2026 prevede la sospensione delle attività dal 16 agosto al 29 settembre. Una finestra temporale che molte marinerie ritengono penalizzante, perché coincide con una fase importante per il lavoro e per la domanda di prodotto ittico.

A Giulianova la preoccupazione è forte. Giovanni Massi, armatore del motopesca Flavia e astatore del mercato ittico cittadino, ha evidenziato come il costo del carburante sia ormai diventato il principale ostacolo alla continuità dell’attività. Il prezzo si aggira intorno a 1,10 euro al litro, dopo aver raggiunto anche 1,25 euro. Per lavorare con una sostenibilità economica reale, secondo gli operatori, servirebbe un livello molto più basso, vicino ai 60 centesimi.

Il quadro è tale che alcune imbarcazioni stanno valutando scelte drastiche, compresa la possibilità di non riprendere più l’attività. Fermarsi, tuttavia, per molti significa rischiare la chiusura definitiva: per questo diversi pescherecci continuano a uscire anche quando il guadagno è minimo.

Le critiche degli armatori e il nodo delle regole

La contestazione non riguarda soltanto i costi. Una parte degli operatori mette in discussione anche la collocazione del fermo biologico nel mese di agosto, ritenendo che il periodo più coerente con la riproduzione delle specie marine sia la primavera. La sospensione estiva, secondo questa posizione, limiterebbe il lavoro in un momento strategico senza produrre benefici adeguati per l’ecosistema.

Un altro punto segnalato dalle marinerie riguarda le limitazioni agli spostamenti tra compartimenti, che renderebbero più rigida l’organizzazione delle uscite in mare. In un settore già condizionato dal meteo, dai prezzi e dalla disponibilità del pescato, ogni vincolo aggiuntivo viene percepito come un aggravio operativo.

Un problema che coinvolge tutta la costa abruzzese

L’allarme non arriva soltanto da Giulianova. Anche a Pescara gli armatori descrivono un comparto in forte sofferenza. Fabrizio Verzulli, armatore del motopesca Nonno Giovanni e presidente dell’associazione Il Maestrale, ha segnalato una condizione economica molto pesante per numerosi pescatori, costretti talvolta a uscire in mare per incassi minimi, utili appena a garantire la sopravvivenza dell’attività.

Per la costa teramana, dove la pesca rappresenta ancora un presidio economico, culturale e identitario, la crisi del settore ha un valore che va oltre i singoli bilanci aziendali. Mercati ittici, filiera commerciale, ristorazione e lavoro portuale dipendono in parte dalla tenuta delle marinerie. Senza interventi capaci di incidere sui costi e su una programmazione condivisa delle regole, il rischio segnalato dagli operatori è quello di un ulteriore arretramento di un comparto storico dell’Adriatico.

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