Nel giro di sei anni la rete dei bar tradizionali si è assottigliata in modo sensibile anche in provincia di Teramo, dove le attività registrate sono passate da 989 a 859. Il dato emerge da un’elaborazione di Confesercenti su numeri delle Camere di commercio riferiti a bar e caffetterie senza ristorazione e fotografa una tendenza che interessa l’intero Abruzzo.

Per il territorio teramano il saldo è di 130 esercizi in meno tra il 2019 e il 2025, pari a una contrazione del 13,1 per cento. Un arretramento che riguarda da vicino anche i centri della costa teramana e dell’entroterra, dove il bar continua a rappresentare non solo un’attività economica, ma spesso anche un presidio sociale per quartieri, frazioni e piccoli comuni.

Il quadro regionale e il peso sul territorio

Su scala abruzzese, secondo l’indagine, le imprese del settore sono scese da 4.097 a 3.637, con 460 attività in meno. La flessione regionale è dell’11,2 per cento, un dato che, viene sottolineato, risulta più marcato rispetto alla media del Mezzogiorno. Alla diminuzione del numero dei locali si accompagna anche una perdita economica stimata in circa 138 milioni di euro.

La provincia che registra il ridimensionamento più forte è quella dell’Aquila, con un calo del 14,4 per cento e 164 bar in meno. Subito dopo compare il Teramano, seguito dalle province di Chieti e Pescara. Se si guarda invece ai capoluoghi, Teramo città conta 10 attività in meno nel periodo preso in esame.

Teramo tra i territori più colpiti

Il dato provinciale assume un rilievo particolare perché interessa un’area articolata, che va dai comuni costieri come Giulianova, Roseto degli Abruzzi, Tortoreto, Alba Adriatica, Pineto e Silvi fino ai centri interni e montani. In molte realtà del Teramano il bar resta infatti un punto di riferimento quotidiano: luogo di incontro, servizio di prossimità e presenza che contribuisce alla vitalità delle strade urbane e dei paesi.

Secondo Confesercenti, nelle province di Teramo e dell’Aquila il bilancio risente anche delle conseguenze lasciate dagli eventi sismici che hanno inciso sul tessuto economico e sociale. Ma il fenomeno, viene evidenziato dall’associazione, non si limita alle aree già fragili: la riduzione delle attività si starebbe estendendo progressivamente anche a centri di media dimensione e a diverse periferie urbane.

L’allarme di Confesercenti

Per la federazione degli esercenti del turismo e dei pubblici esercizi si tratta di un segnale da non sottovalutare. La chiusura di un bar, viene osservato, non rappresenta soltanto la perdita di un’impresa, ma anche l’indebolimento della vita di relazione nei quartieri e nelle comunità locali. Un tema particolarmente sentito in una provincia come quella di Teramo, dove i servizi di vicinato hanno un ruolo importante sia nelle località più popolate sia nelle aree periferiche.

Tra le cause richiamate dall’associazione ci sono le difficoltà crescenti nel fare impresa, il rallentamento dei consumi e il progressivo svuotamento di molte zone interne. Una dinamica che, nel lungo periodo, rischia di impoverire ulteriormente il tessuto commerciale e la qualità della vita nei territori.

La proposta per i centri urbani

Confesercenti torna quindi a sostenere la proposta delle Zone economiche speciali di prossimità, indicate come uno strumento utile per favorire il rilancio del commercio nei centri storici e nelle aree cittadine. L’obiettivo dichiarato è quello di contrastare la desertificazione commerciale e creare condizioni più favorevoli per chi gestisce o vuole avviare attività di vicinato.

Per una provincia come Teramo, e più in generale per l’area che comprende Giulianova e la costa teramana, il tema resta strettamente legato alla tenuta delle economie locali. Il ridimensionamento dei bar tradizionali, infatti, incide su occupazione, servizi e attrattività dei centri urbani, in un contesto in cui il commercio di prossimità continua a essere una componente essenziale della vita quotidiana.

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