Una ricerca sviluppata in Abruzzo su uno dei dinosauri più celebri al mondo porta di nuovo l’attenzione internazionale sugli atenei della regione. Al centro c’è Big John, gigantesco Triceratopo scoperto negli Stati Uniti e analizzato anche nei laboratori dell’Università d’Annunzio di Chieti-Pescara, dove uno studio ha chiarito l’origine di una vistosa lesione ossea presente sul fossile.

La notizia interessa anche il territorio teramano e i lettori della costa, perché conferma il rilievo scientifico raggiunto dalle strutture universitarie abruzzesi in un progetto seguito da media stranieri e musei internazionali. Il caso di Big John, infatti, è entrato nel circuito della divulgazione globale grazie a un documentario della tv pubblica giapponese NHK.

La ferita sul fossile e la scoperta degli studiosi

Secondo quanto emerso dalle analisi, il foro individuato sul collare osseo destro del Triceratopo non sarebbe stato causato né da un difetto originario né da alterazioni avvenute dopo la morte dell’animale. Gli esami hanno invece ricondotto quella traccia a un trauma subito in vita, compatibile con il colpo inferto dal corno di un altro esemplare durante uno scontro.

Il lavoro è stato condotto dal professor Ruggero D’Anastasio con un gruppo di ricerca che ha coinvolto anche studiosi dell’Università di Bologna. Per arrivare alla conclusione è stato prelevato un minuscolo campione osseo dal margine della lesione, poi sottoposto a osservazioni microscopiche e verifiche chimiche specialistiche nei laboratori di Chieti.

Che cosa racconta Big John sulla vita dei Triceratopi

L’indagine ha un valore che va oltre la semplice ricostruzione del danno subito dall’animale. Gli studiosi ritengono infatti che la lesione rappresenti una prova concreta di combattimenti tra Triceratopi della stessa specie, probabilmente legati al controllo del territorio o alla competizione riproduttiva.

Un altro aspetto ritenuto particolarmente importante riguarda la risposta biologica dell’osso. Intorno alla ferita sono stati rilevati segni di rigenerazione ancora in corso al momento della morte dell’animale. Questo significa che Big John sopravvisse per mesi allo scontro. Inoltre, la struttura del tessuto osseo e il processo di riparazione mostrerebbero sorprendenti analogie con quelli osservabili nei mammiferi e nell’uomo.

Dai laboratori abruzzesi ai riflettori internazionali

Il fossile, rinvenuto nel 2014 nelle colline del South Dakota, era arrivato in Italia per le operazioni di restauro e montaggio. Proprio durante quella fase gli specialisti notarono la particolare apertura nell’osso, avviando così il percorso che ha portato alla ricerca scientifica pubblicata su una rivista del gruppo Nature.

Il caso ha poi richiamato l’interesse della televisione pubblica giapponese, che ha dedicato al progetto un documentario di respiro internazionale. Per l’università abruzzese si tratta di una vetrina di primo piano, capace di valorizzare un lavoro che unisce paleontologia, medicina e tecniche di indagine avanzate.

Dov’è oggi il reperto studiato

Il micro-campione analizzato dai ricercatori è conservato ed esposto nel museo dell’Università d’Annunzio di Chieti. Lo scheletro completo di Big John, invece, ha proseguito il suo percorso fuori dall’Italia: dopo la vendita all’asta, è stato concesso in prestito ed è attualmente ospitato al Glazer Children’s Museum di Tampa, in Florida.

La vicenda scientifica di questo grande dinosauro continua così a collegare musei, centri di ricerca e istituzioni di diversi Paesi. Un risultato che, anche per chi segue da Giulianova e dalla provincia di Teramo le eccellenze abruzzesi, conferma la capacità del territorio regionale di contribuire a studi di risonanza mondiale.

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