Un vasto sistema di produzione e vendita di abbigliamento e accessori contraffatti è finito al centro di un’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia dell’Aquila. L’operazione, condotta dalla Guardia di Finanza, ha portato al sequestro di circa otto tonnellate di merce e all’emersione di una filiera che, secondo gli investigatori, operava stabilmente tra l’Abruzzo e altre regioni italiane.

La vicenda, pur non essendo legata direttamente a Giulianova o alla costa teramana, riguarda da vicino l’Abruzzo e assume rilievo anche per il territorio regionale per la dimensione del fenomeno e per il coinvolgimento di strutture operative presenti nella regione.

Sequestri e marchi riprodotti illegalmente

Al centro dell’indagine ci sono capi e accessori ai quali venivano applicati segni distintivi riconducibili a note maison della moda. In base a quanto ricostruito, sarebbero stati imitati 42 marchi del settore lusso, tra i quali figurano nomi internazionali molto noti e anche Brioni, storica firma abruzzese. La merce, una volta modificata con etichette, loghi e finiture false, veniva proposta sul mercato come prodotto di fascia alta a prezzi più bassi rispetto agli originali.

Gli accertamenti parlano di articoli inizialmente privi di marchio, oppure di qualità modesta, trasformati successivamente in merce apparentemente riconducibile a brand prestigiosi. La distribuzione sarebbe avvenuta attraverso una rete commerciale capace di collocare i prodotti come rimanenze di magazzino o articoli da outlet, così da renderli più credibili agli occhi degli acquirenti.

La base in Abruzzo e i collegamenti fuori regione

Secondo l’ipotesi investigativa, il gruppo avrebbe avuto il proprio fulcro tra le province di Chieti e Pescara, con estensioni operative anche nelle Marche, in Campania, Calabria e Puglia. A guidare l’organizzazione sarebbe stato un uomo di 62 anni residente nel Lancianese, affiancato da familiari, artigiani e operatori legati a laboratori e opifici.

Tra i luoghi finiti sotto la lente degli investigatori ci sono diverse realtà del Pescarese, comprese aree tra Nocciano, Cepagatti, Civitaquana e Manoppello. Qui sarebbero state eseguite lavorazioni utili a completare i capi con etichette e dettagli falsi, arrivati anche dall’estero. L’attività di assemblaggio e rifinitura avrebbe consentito di immettere sul mercato prodotti dall’aspetto simile a quello originale.

Dalle verifiche in un negozio agli sviluppi giudiziari

L’inchiesta avrebbe preso avvio da un controllo eseguito in un esercizio commerciale di Morrovalle, in provincia di Macerata. Durante quella verifica sarebbero emersi elementi anomali, tra cui etichettature poco nitide e documentazione ritenuta non completa. Da lì sarebbero partiti ulteriori approfondimenti su spedizioni, forniture e movimenti di merce, fino ad arrivare alla ricostruzione dell’intera rete.

Il procedimento è ora entrato in una fase delicata con gli interrogatori preventivi davanti al giudice. La Procura ha chiesto complessivamente 19 misure cautelari: 5 in carcere e 14 ai domiciliari. Alla base della richiesta, secondo quanto emerso, ci sarebbero il rischio di reiterazione e il sospetto che gli indagati abbiano continuato a spostare la merce e ad alterare la contabilità per occultare l’attività illecita.

Un mercato parallelo che tocca l’economia regolare

L’operazione riporta l’attenzione su un fenomeno che danneggia non soltanto i marchi coinvolti, ma anche il commercio legale e le imprese che lavorano nel rispetto delle regole. La contraffazione, infatti, altera la concorrenza, alimenta circuiti sommersi e colpisce settori produttivi che in Abruzzo rappresentano anche un pezzo importante dell’identità manifatturiera.

Per i lettori della provincia di Teramo, da Giulianova alla costa teramana, la vicenda rappresenta un ulteriore richiamo alla necessità di prestare attenzione ai canali di acquisto e ai prezzi troppo distanti da quelli di mercato, soprattutto quando vengono presentati come occasioni eccezionali o fondi di magazzino.

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