Torna ad accendersi il confronto pubblico sulla bonifica dell’area di risulta di Pescara, tema seguito con attenzione anche fuori dal capoluogo adriatico per i riflessi ambientali che interessano l’intera costa abruzzese. Le associazioni ambientaliste intervenute nel procedimento amministrativo contestano le ricostruzioni del sindaco Carlo Masci e sostengono che il percorso avviato dal Comune sia stato corretto proprio dopo le loro osservazioni formali.

Al centro della vicenda c’è il destino dei rifiuti interrati nell’area dove dovrebbe sorgere il parco centrale. Secondo Forum H2O e Forum Ambientalista, l’ipotesi iniziale avrebbe previsto una soluzione di carattere permanente, poi rivista nel corso della conferenza dei servizi con il passaggio a misure temporanee di prevenzione. Una differenza sostanziale, evidenziano le associazioni, perché cambia la natura dell’intervento e rinvia il progetto definitivo di bonifica a una fase successiva.

Le associazioni rivendicano il loro ruolo nel procedimento

Le organizzazioni replicano in modo netto alle dichiarazioni del primo cittadino e affermano di aver partecipato regolarmente all’iter previsto dalla normativa, pur senza essere presenti fisicamente alla conferenza. Il loro contributo, spiegano, sarebbe stato trasmesso attraverso quattro comunicazioni scritte e una diffida, tutte acquisite agli atti del Comune.

Per questo le associazioni parlano di polemica infondata e invitano a verificare direttamente la documentazione amministrativa. Nei provvedimenti comunali conclusivi, sostengono, sarebbe riportato in modo esplicito che i contributi sono stati presentati e presi in considerazione durante la procedura.

Dal progetto permanente alle misure provvisorie

Un punto ritenuto decisivo riguarda la rimodulazione tecnica dell’intervento. In base a quanto riferito dagli ambientalisti, la conferenza dei servizi era partita su un progetto classificato come messa in sicurezza permanente. Successivamente, anche su sollecitazione della Provincia e dopo i rilievi inviati dalle associazioni, il quadro sarebbe stato riconsiderato nel corso di una riunione in presenza.

L’esito, sempre secondo questa ricostruzione, è stato l’orientamento verso misure di prevenzione temporanee. Si tratta di una scelta che, a loro giudizio, evita di rendere definitiva la copertura dei rifiuti interrati e lascia aperta la strada a una futura bonifica vera e propria, da definire una volta individuato il responsabile della contaminazione.

I dubbi sulla falda e sulle misure da adottare

Le criticità sollevate non si fermano ai rifiuti sotto l’area destinata a verde pubblico. Le associazioni richiamano anche la situazione della falda, già indicata come contaminata, e ritengono insufficiente un approccio basato soltanto sul monitoraggio. A loro avviso la normativa imporrebbe interventi più incisivi, come sistemi di trattamento o opere di contenimento, per evitare la diffusione degli inquinanti verso valle.

Il tema è particolarmente sensibile in una regione dove la tutela delle matrici ambientali viene osservata con attenzione anche nei territori vicini, dalla costa teramana fino a Giulianova, per l’impatto che ogni scelta può avere sulla gestione delle aree urbane da recuperare e sulla sicurezza ambientale complessiva.

Una vicenda ancora aperta

La disputa istituzionale e tecnica, dunque, è tutt’altro che chiusa. Le associazioni annunciano ulteriori iniziative pubbliche per tornare sui punti che ritengono ancora irrisolti, mentre resta aperto il confronto sul futuro dell’area di risulta e sulle modalità con cui dovrà essere affrontato il risanamento.

La questione continua a essere seguita con interesse anche da amministratori e cittadini di altri centri abruzzesi, compresi quelli del Teramano, dove i temi delle bonifiche, della rigenerazione urbana e della gestione dei siti contaminati restano centrali nel dibattito sul territorio.

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