Si accende il confronto istituzionale dopo l’entrata in vigore del decreto che aggiorna l’elenco dei Comuni montani italiani. In Abruzzo il nuovo assetto lascia fuori 27 centri che finora rientravano nella categoria dei territori parzialmente montani, con ricadute dirette sull’accesso alle misure economiche dedicate alle aree più fragili. Una decisione che interessa da vicino anche l’entroterra della provincia di Teramo e, più in generale, gli equilibri tra costa e zone interne del territorio abruzzese.
Nuovi criteri e meno Comuni riconosciuti
Il provvedimento firmato dal presidente del Consiglio ridisegna la mappa nazionale dei Comuni considerati montani. Su scala italiana, il numero delle amministrazioni inserite nell’elenco si riduce in modo sensibile: i territori ammessi passano da 4.062 a 3.715. In Abruzzo restano confermati 200 Comuni, mentre 27 vengono cancellati dalla classificazione che garantiva specifiche tutele.
Non si tratta soltanto di una revisione formale. L’uscita dall’elenco comporta infatti la perdita della possibilità di accedere alle risorse del Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane, strumento pensato per sostenere territori segnati da calo demografico, difficoltà nei collegamenti e carenza di servizi essenziali.
Quali effetti sulle aree interne abruzzesi
La questione riguarda da vicino molti piccoli centri che già fanno i conti con lo spopolamento e con una progressiva riduzione delle opportunità. I finanziamenti collegati alla classificazione montana vengono utilizzati per diversi capitoli: presidio sanitario locale, incentivi alla residenzialità, sostegno alle giovani famiglie, servizi scolastici, attività agricole, nuove iniziative imprenditoriali e forme di lavoro a distanza.
Per territori che vivono una condizione di marginalità, anche nella provincia di Teramo e nelle aree limitrofe, il venir meno di questi strumenti rischia di allargare il divario con la fascia costiera. Il tema è particolarmente sentito in Abruzzo, dove la tenuta dei borghi interni viene considerata strategica anche per l’equilibrio economico e sociale dell’intera regione, da Giulianova alla montagna.
La presa di posizione di ALI Abruzzo
A contestare il decreto è ALI Abruzzo, che parla di una scelta penalizzante per i municipi più esposti alle difficoltà strutturali. Il presidente regionale dell’associazione, Angelo Radica, sindaco di Tollo, ha criticato l’impostazione del provvedimento, ritenuta troppo rigida perché fondata su parametri geografici e non anche su indicatori sociali, economici e demografici.
Secondo Radica, togliere risorse a Comuni già vulnerabili senza prevedere correttivi o misure compensative rischia di aggravare problemi esistenti da anni. Tra gli aspetti richiamati c’è anche quello dell’organizzazione scolastica nei piccoli centri, uno dei nodi più delicati per la permanenza delle famiglie nelle aree interne.
La contestazione non arriva solo sul piano politico. Viene ricordato infatti che, durante il passaggio in Conferenza Unificata, erano state avanzate richieste di sospensione del provvedimento proprio per consentire un ulteriore confronto sui criteri adottati.
Possibile nuova iniziativa dei sindaci
Nonostante il decreto sia ormai operativo, gli amministratori locali abruzzesi puntano a riaprire il dialogo con il governo. L’obiettivo è rivedere la definizione di montanità in modo più aderente alla realtà dei territori, includendo non solo altitudine e conformazione geografica, ma anche elementi come densità abitativa, accesso ai servizi, andamento della popolazione e condizioni economiche.
La partita, quindi, resta aperta. Per molti Comuni abruzzesi esclusi, il riconoscimento formale non è una questione simbolica, ma un passaggio decisivo per continuare a programmare interventi e mantenere servizi fondamentali. Un tema che, pur partendo dai municipi dell’interno, riguarda l’intera regione e anche il territorio teramano, dove il rapporto tra costa e aree montane resta uno degli aspetti centrali della pianificazione locale.
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