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Giovane scrittrice di talento

Cristina Mosca

Giulianova, 15/06/2005. Una nuova piccola conquista in campo letterario per la giovane giuliese Cristina Mosca, che dopo i gratificanti successi degli anni passati, è stata premiata la scorsa settimana in provincia di Lodi. Il racconto, “L’odore del papavero” si è classificato al primo posto nella sezione Adulti del concorso letterario nazionale “Anna Ventura Gentile”, promosso dalla biblioteca comunale di Codogno (Lodi) e dalla sua direttrice Patrizia Bardi. La giuria, composta, tra gli altri, dal poeta Paolo Grecchi, dalla scrittrice Cristina Cigognini (in arte Camilla Vittorini) e dalla traduttrice Longanesi Elisa Frontoni, hanno apprezzato soprattutto, così recita l’encomio: “l’originalità dell’impianto narrativo e la struttura omogenea, densa e lirica con cui sono state rese le diverse sfaccettature della fine di una storia d’amore”. La cerimonia di premiazione, è stata seguita da oltre 200 persone, tra cui assessori e la presidente della Commissione Biblioteca Antonella Perticone, che ha presentato la serata. Il concorso è aperto a tutti. Di seguito, pubblichiamo il racconto “L’Odore del Papavero”.

Walter De Berardinis

L’ODORE DEL PAPAVERO Di Cristina Mosca

Aveva creduto di aver dimenticato. Aveva creduto di aver sepolto sotto innumerevoli giorni e mesi ed anni di polvere, sangue e sudore, tutto quello che aveva vissuto, tutto quello che aveva pensato, sperato, temuto, gioito. Di avere cancellato con un battito di ciglia tutte le delusioni che lo avevano spinto, più e più volte, tirato e sconfitto, nell’angolo di quel letto a divorare rabbia ed odio per non lasciarne più nell’aria che respirava…
…E invece, adesso lei.
Sembrava essere apparsa dal nulla su quella spiaggia di settembre. Nulla più di una sagoma che si stagliava sulla spiaggia deserta e scura; distratta proiezione della schiuma delle onde che, cantilenanti, consumavano la loro agonia sulla sabbia. Apparsa come dal nulla. Era sulla riva, lontana da lui, con entrambe le mani affondate nelle tasche dei jeans. Gli mostrava le spalle: era rivolta verso il mare, apparentemente persa nel gioco di luci grigie che si specchiavano nell’orizzonte,. Nelle orecchie di lui ruggivano solo il vento e il boato del mare, e lo stesso vento ammassava spietato nuvole inquietanti a Ponente e scuoteva con violenza i capelli di lei, inclemente verso i suoi riccioli incerti e le timide sfumature bionde. Il vento gli gridava in faccia il suo passato, lo afferrava per il bavero del giubbotto e gli urlava Ricordi? Ti ricordi di lei?, gli urlava il vento in faccia quel lunedì di autunno, quando assolutamente per caso si era trovato appoggiato alla balaustra di quello stabilimento balneare ormai chiuso e non l’aveva vista arrivare.
Lei inseguiva chissà quale pensiero ramingo dietro qualche gabbiano affamato, mentre lui da lontano la guardava e si chiedeva se magari si stesse per voltare, se magari sentisse il suo sguardo addosso; mentre si chiedeva come mai fosse lì e a chi stesse pensando, se stesse piangendo e soprattutto, soprattutto si chiedeva come avesse potuto credere di averla sepolta …insieme a quelle lettere.
Da quanto non aveva pensato a lei. Quella ragazza immobile, quasi in posa, quasi sospesa fra la vita e il sogno, vista così, di spalle, sembrava proprio lei. Lei a cui non aveva pensato da anni. Lei che si voltava ogni volta che la guardava, quasi sentisse il suo sguardo addosso. Lei a cui aveva giurato eternità… Ricordi?, continuava ad urlargli in faccia il vento.
E lui ricordò. Ricordò di quando lei aveva attraversato la strada, tanti anni prima, e si erano parlati per la prima volta dopo secoli dal loro ultimo bacio …o forse soltanto dopo poche ore. Ricordò di quando i loro occhi si erano incrociati dietro quel brindisi per festeggiare la loro patente, ricordò la sua voce che gli sorrideva attraverso il telefono; i suoi occhi che riflettevano quei fuochi d’artificio; i rumori, il tintinnare di bicchieri quella sera in pizzeria. Chissà dov’era finito quel peluche rosa; e avrà conservato quel ciondolo? Ricordò di quanto lo avesse cercato per tutte le gioiellerie e di quanto invece lei lo avesse rimproverato per essersi fatto consigliare da un’amica, e improvvisamente gli tornò in mente che non le aveva mai restituito quel libro di Dostoevskij, magari se ne era scordata anche lei.
Non hai da insegnarmi niente, gli diceva. Se vorrò cambiare sarò io a deciderlo; e non venirmi a dire come devo comportarmi con i miei genitori. E lui si mordeva il labbro perché lei aveva ragione, ma contemporaneamente sentiva sul collo una stretta insistente che mano a mano si serrava un po’ di più e di notte lo faceva svegliare di soprassalto, con l’impressione di soffocare. I cambiamenti, i miglioramenti e quanto di più bello avevano condiviso non gli bastavano, non gli bastava più; nelle notti insonni si girava ripetutamente nel letto in preda a sconosciuti deliri, in cui prepotente si impossessava di lui la sua risata leggera, i suoi dispetti, la fronte che si abbassava quando lui le parlava di libertà e le labbra che gli si posavano sugli occhi chiusi mentre le braccia gli cingevano il collo. Insistente tornava a lui in quelle notti l’odore del papavero, quell’odore che aveva riempito l’aria quel quindici maggio su quel prato scoperto quasi per caso, quell’essenza quasi impercettibile di nuovo e di antico ma penetrante fino all’ebbrezza, da cogliere poco per volta se si vuole mantenere la lucidità… Si parlava di libertà, in quei giorni passati, ma la sua andava morendo giorno dopo giorno. Non sapeva neanche se sarebbe stato peggio per lui continuare quella loro storia o troncarla: troppi erano i momenti magici e troppo evidente il tremore della mano adesso che ci ripensava…
… troppo evidente il tremore della mano adesso che ci ripensava…
… Ripensare a quei giorni, a quell’anno infinito, lo stava impregnando di malinconia,
che si faceva strada fino alle sue ossa insieme all’umidità che avanzava dal mare.
Avevano creduto fino al midollo di essere fatti l’uno per l’altra; ma poi… Poi? Non se lo ricordava più. Perché quella decisione? Perché adesso quel blocco? Nella sua memoria c’erano lei, il buio e qualche vago divertimento con amici e birra. Cos’era successo dopo? Si era sposato dopo vari anni. Anni in cui lei non c’era stata, in cui le gioie erano state condivise insieme ad una persona in meno, in cui non era stata la sua voce a tirarlo su quando non aveva superato quell’esame e non erano state le sue lacrime a piangere insieme a lui alla morte di suo padre. Anni in cui i litigi ribelli con i suoi genitori erano diventati sempre più numerosi. In cui erano tornati sempre gli stessi limiti e la stessa insopportabile dipendenza ad impedirgli di costruirsi una vita sua, sua e di nessun altro, e a metterlo puntualmente di fronte ad un’indocile tastiera nel disperato bisogno di un uno sfogo. Ogni punto fermo era una pallottola che lo trapassava e lui passivo e inerte rimaneva come stordito di fronte a quello schermo ad affrontare il passato che gli ripiombava addosso nonostante avesse creduto di aver imparato a conviverci; le sue dita correvano veloci veloci sulla tastiera e lui sperava che i suoi pensieri corressero più veloci di loro in modo di perderli per strada e non incontrarli più mai più altrimenti sapeva che sarebbe morto e ogni volta si ritrovava a ringraziare il cielo per aver perso il filo del discorso... perché alla fine se n’era reso conto che se lei non c’era più era sato lui a deciderlo, lui e nessun’altro… Lei che forse meglio di chiunque altra l’aveva potuto capire e avrebbe potuto continuare a capirlo, insieme alle sue poesie e alla sua stanchezza; lei che si ostinava ad amarlo anche con i suoi difetti… E soltanto adesso su quella spiaggia, soltanto adesso che il vento gli urlava in faccia Ricordi?, lui si rendeva conto di quanto incompleto in realtà si fosse sentito per anni lunghi ed infiniti. Soltanto adesso provò ad immaginare seppur lontanamente quanto disperatamente lei dovesse essersi sentita sola ed incompleta, quanto i suoi giorni dovessero essere d’un tratto diventati bui e silenziosi, di quante lacrime dovesse aver impregnato il suo cuscino per chissà quanti notti anonime… Soltanto adesso lui si sentì un insignificante granello di sabbia che si era impuntato a voler viaggiare insieme al vento senza capire che la sua vita era lì, accanto al mare, e che lontano esso sarebbe stato assolutamente fatto di nulla… E il nulla adesso si impadronì della sua mente, perché negli occhi aveva l’immagine di lei e del suo silenzio, l’immagine di quella voce rotta dalla tristezza dall’altro capo del telefono… Un grande rumore si fece strada fra i suoi ricordi lasciando il posto ad un incontrollabile tremore; la sigaretta gli cadde di bocca ma lui non se ne accorse neppure, perché quella ragazza lentamente si era voltata e stava tornando verso lo stabilimento camminando sulle mattonelle affioranti dalla sabbia, con le mani ancora nelle tasche dei jeans e rannicchiata il più possibile nel giubbotto per difendersi da quel vento che gli stava gridando a più non posso Ricordiii? Procedeva con la testa bassa perché il vento la picchiava con violenza e con violenza squassava anche l’anima sua, l’anima di lui perché lei, quella ragazza, era proprio lei, non c’erano dubbi, era quella che aveva sepolto insieme alle lettere ma non era possibile, perché questa aveva la stessa sua età di quando l’aveva lasciata, di quando l’aveva lasciata, tanti anni prima; lui non poteva credere ai fantasmi, non voleva credere ai fantasmi che tornano dal passato per metterti davanti ai pensieri che sei riuscito a sfuggire per innumerevoli notti in quello stato fra il dormiveglia e il sonno che lui era riuscito ad evitare grazie alla stanchezza, lui non voleva credere ai fantasmi che…
– Scusa, hai da accendere? – gli chiese il fantasma. E lui si accorse che era un fantasma in carne ed ossa, con gli stessi occhi che non aveva mai visto piangere ma che adesso tradivano le lacrime che li avevano offuscati; i capelli sembravano proprio quelli attraverso i quali le sue dita erano state libere di perdersi, una volta; e la fronte, anche quella, sembrava recare ancora i segni dei baci di lui, marchiature a fuoco brucianti d’amore…
Il silenzio che si pose fra i due andò quasi a coprire il fragore del mare e del vento che gli urlava in faccia Ricordi?
Lui non si riprese subito, non capì subito che la ragazza gli aveva chiesto del fuoco, proprio a lui, proprio lei che non aveva mai fumato, almeno che lui sapesse. Poi un gabbiano gridò il suo presente; lui si riscosse. Cercò nelle tasche, ne tirò fuori un accendino; e, come se quel giorno il passato tramasse spietatamente contro di lui, quando fece fuoco l’accendino si illuminò e cominciò a suonare; suonò Per Elisa e lui rimase sgomento nell’accorgersi di aver conservato e ricaricato durante tutti quegli anni l’accendino che lei gli aveva regalato, senza ricordarsene se non fino a quel preciso istante, e che in quel preciso istante a semplice accendino quale era sempre stato si era improvvisamente tramutato in un suo regalo di cui lui aveva completamente dimenticato l’esistenza… Lei si accese la sigaretta, lasciò uscire il fumo in una boccata lenta e pensierosa. Rimase ferma, in piedi davanti a lui, lo scrutò attraverso la nebbiolina grigia appena soffiata via. Continuò per un pò a portarsi il filtro alle labbra e a soffiare via il fumo, con lentezza, senza ringraziare, quasi con disprezzo, scrutandolo quasi a volergli scavare dentro e carpirgli i segreti del genere maschile. Poi i suoi lineamenti si ammorbidirono e gli parlò. La sua voce sembrava scaturire da qualche profondità nascosta nel suo stesso cuore, del cuore di lui; sembrava affiorare gentilmente e lentamente da una qualche sorgente dimenticata nel buio di un lontano passato, giungere a lui come la preghiera di un fantasma perduto fra i meandri del Tempo.
Torni a casa come se nulla fosse successo.
Torni a casa e la tua anima si è incrinata… Ma tu a cena non la guardi. Sorridi, rispondi alle battute, ti guardi mandare giù con disinvoltura quel poco pesce che c’è in tavola, …nonostante l’ultima cosa a cui ti viene da pensare sia mangiare, andare avanti, sopravvivere… Vivere. Aiuti a sparecchiare… Fingi che quella sera sia una sera come le altre, una sera come le altre, non guardi la tua anima incrinata, non ancora almeno, ed eviti gli specchi… Eviti gli specchi.
Sali tranquilla in camera; aspetti di rimanere sola, pazientemente… un po’ meno pazientemente… sempre meno pazientemente … perché la tua anima ora si sta seriamente incrinando… Finalmente rimani sola nella tua stanza, metti su un cd di blues e ti sdrai sul letto, abbracci il tuo cuscino e finalmente liberi tutte le lacrime e tutte le parole che ti si stavano accumulando dentro; diventi un’altra, diventi un guscio di lacrime infranto sul letto, diventi un fiume di preghiere che nascono da sole come canzoni, come fiori, che in silenzio si riversano in quell’angolo con la speranza di rimanere disperse per sempre… Il tuo mondo si è frantumato… tutto ha perso colore, tutto ha perso significato… Cerchi i tuoi minuti dietro ad ogni punto interrogativo che è un uncino che ti pugnala, invochi i tuoi ricordi che convogliano in magoni interminabili, in matasse soffocanti destinate a sfaldarsi prepotenti in dieci cento mille nenie solitarie… E sai già che ti trascinerai dietro la tua incompletezza attraverso i giorni, attraverso le ore vuote; che come un tamburo suonerà lugubre il nome inverno. Sai che tutto dovrà continuare, tutto dovrà andare avanti: i tuoi programmi non dovranno essere annullati perché non ti puoi fermare, perché se ti fermi adesso sei finita e già ti prendi in giro credendo di poter guardare qualcun altro e di poter pensare ad un nuovo futuro con un’altra persona... solo per essere in grado di guardare avanti. Alla fine ti ripeti Basta così, devo rifarmi una mia vita da adesso, da subito, su questo stesso letto… ma poi ti rispondi Come faccio, se se l’è presa lui… E allora vorresti morire, e poi decidi di metterti a far finta di niente: magari ti scorderai di quanto ti manca, magari ti scorderai della voglia che hai di sentirlo…
I suoi occhi erano tornati ad arrossarsi. Lui non aveva smesso di guardarli per un solo secondo. Aveva fatto un viaggio mentre lei aveva parlato. Aveva cavalcato le venature dorate che abbracciavano le pupille: su di esse aveva viaggiato attraverso il tempo e attraverso milioni di lacrime, si era seduto su un letto accanto ad un guscio di pensieri infranto, aveva visto su una scrivania un plettro e fogli sparsi di poesie, aveva trovato una fotografia strappata in mille ricordi e aveva udito il tintinnio di una corrente passeggera nel corridoio. E per terra c’era una conchiglia in frantumi, nell’aria l’odore di un diario bruciato e tutto poi si era dissolto in un confuso pallore e di nuovo c’era lei, con gli occhi non più arrossati che già aveva ripreso il controllo sulle sue emozioni. Lo continuava a guardare da dietro il fumo che lasciava scivolare fuori dalle labbra.
– Da quand’è che fumi? – le chiese inaspettatamente, stupendosi appena udita la sua stessa voce prendere vita quasi da sola. Tuttavia, lei non sembrò sorpresa.
– Da quando mi ha lasciata – rispose.
E dopo scandì:
– Siete tutti un pò ladri, in fondo. Potete resistere finchè c’è da prendere… ma alla fine scappate comunque. Portando con voi tutto.
Sentì che quella era l’occasione per riparare a tutto quello che non aveva mai potuto spiegare, a tutto quello che non aveva mai detto e mai confessato… e a tutto quello che non aveva mai capito prima d’allora.
– Forse non eri solo tu il problema. Forse stava male anche con se stesso, se ha scelto di interrompere una cosa così bella. Forse aveva bisogno di crescere un po’…
– Anch’io avevo bisogno. Di lui.
La sua espressione era tornata sprezzante come pochi attimi prima. Lui azzardò:
– Forse ha avuto paura.
– Ne ho avuta anch’io, all’inizio della nostra storia… e lui lo sa. Sa anche che alla fine io l’ho superata. E potrò rinfacciargli a vita che è stato lui a spingermi avanti, per poi sparire.
Il silenzio ricoprì per un nuovo istante ogni altro suono.
– Io adesso mi volto e lui non c’è.
– Forse aveva bisogno della sua vita. – Lo difese. – Di affrontarla faccia a faccia, di provare, di guardarsi intorno. Non chiede che comprensione.
– E io non chiedo che la mia anima. Ce l’ha ancora lui, si è scordato di rendermela indietro. E io non avevo altro.
– Sbagli. – disse lui, e si mise le mani in tasca. Era arrivato adesso il momento di fare una cosa che tanti anni prima si era lasciato sfuggire. Asciugare lacrime d’amore quando invece una volta si era voltato per non guardarle, desiderando che la vita lo inghiottisse di nuovo e trascinasse anche lei, prima o poi, verso la routine. – Alla tua età non sai ancora…
– Io prima avevo solo un passato – lo interruppe lei, sibilando. niente di più.
Insieme a lui ero completa, avevo tutto, avevo anche un futuro.
Adesso non ho più nemmeno più un presente.
Sei tu che non sai. Non sai cosa rispondermi al di fuori di un impotente ed impersonale devi-andare-avanti. Io non voglio andare avanti.
Non ci faccio più niente con la mia vita, nulla più ha un senso. Nulla è più mio, tutto è tornato falso, vuoto e muto. Tutto è un vuoto guscio di tempo che impiegherei piangendo se mi fermassi a pensare. Sei tu che non sai. E nemmeno ti accorgi che il tuo respiro si affanna, ascoltandomi, e che parlando la tua voce si è incrinata, tutt’uno col tuo cuore.
No, era la sua anima ad essersi incrinata. Tanto tempo prima. Perché non l’aveva chiamata quando aveva capito? Perché non le aveva telefonato quelle volte che gli era venuta voglia di sentirla? Perché aveva lasciato che tutto scivolasse così nell’oblio? In quel momento non sapeva nemmeno se si fosse sposata, trasferita… nemmeno se fosse ancora viva. Aveva voluto non pensarla; divertirsi, lasciarsi assorbire dal suo lavoro. Si era convinto che lei sarebbe stata bene, che avrebbe imparato a stare senza di lui; si era permesso di credere ai suoi sorrisi senza chiedersi se nascondessero un’infinita tristezza, di credere ai “Bene, e tu?” senza sospettare che fossero solo parole.
Adesso aspettava solo una conclusione. Una conclusione a quell’incontro. Una frase, un gesto che potesse mettere la parola fine a quella conversazione e lo lasciasse libero di tornarsene a casa da sua moglie e dal suo alano. Così avrebbe potuto dimenticare di nuovo; prendere a calci la sabbia e fare a gara con il vento a chi urlava più forte; far finta per pochi minuti di non esistere, anzi di essere lo spruzzo di un’onda beatamente dissolto nell’aria, senza pensieri e senza voce.
Invece lei non aggiunse altro. Lasciò così le sue parole, le lasciò echeggiare nella sua mente e le lasciò infrangere contro il suo passato, continuando a fissarlo in volto. Aveva finito la sigaretta, la lasciò cadere e la schiacciò con il piede. Lasciò che per un po’ il vento continuasse a schiaffeggiarla con i suoi stessi capelli, lasciò che il mare gettasse altro sale sulla sua ferita con il suo rombo distante, lasciò che il mondo intero la guardasse immobile e vuota, tradita e sconfitta, e che i gabbiani le urlassero alle spalle la parola libertà. Lasciò che lui si soffermasse ancora per un attimo nei suoi occhi. Poi abbassò lo sguardo e andò via, lasciandolo solo ad aspirare con un balzo al cuore un odore nuovo eppure consueto. Un odore di seta e di antico, da cogliere poco per volta. Lo lasciò solo, ad aspirare l’odore del papavero.



Tutti i diritti del presente racconto, sono dell’autrice che, vengono ceduti solo per carattere divulgativo a mezzo stampa.